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SANGUE E AFFETTO

don Mario Aversano 14 Novembre 2007

Nel parlare di affetto inevitabilmente si parla di relazioni. Tutte le relazioni umane sono uno specchio di una relazione più grande, quella divina. In quanto specchio, sono intessute allo stesso modo. Quando si dice che Dio si è fatto carne in Cristo si ha una visione solo parziale: Dio ha un cuore di carne. La visione di un Dio infinito e perfetto senza considerare il suo tessuto di carne è una visione incompleta della natura di Dio. La Sua natura è la nostra natura. La carne è il mezzo con cui noi entriamo in contatto con la realtà. Le facoltà umane sono interagenti fra loro: “i nostri sensi sono intelligenti e la nostra intelligenza è sensibile”.Tutto quello che scaturisce dalla nostra testa, dal cuore e dalla pancia è interagente con la realtà e spesso è un sensore efficace di quello che ci sta capitando.

Figlio di qualcuno

Il legame che ci unisce ai nostri genitori con il sangue è un esperienza primordiale di “clan”, di appartenenza. Anche se oggi si sta radicalmente trasformando il modo di percepire la dimensione familiare, fino a poco tempo fa la famiglia era intesa come nucleo esteso anche a nonni zii e altri gradi di parentela.In famiglia impariamo ad affezionarci. Le relazioni familiari condizionano fortemente il nostro modo di stare in compagnia.La figura di una madre che allatta il proprio bambino è caratteristica dell’immaginario di una “Casa”, è l’intimità di una vita che si sta avviando, una radicale accoglienza. L’affetto ci precede. Noi veniamo dal grembo di Dio, dal suo affetto. La discrezione dell’affetto: Storghè , meno se ne parla meglio è. L’affetto non ti accorgi quando arriva ne quando c’è, ma se ne sente forte la mancanza quando non c’è. E’ come l’acqua: un dato scontato, naturale. È snaturale essere estranei ad uno stato di affetto. Non se ne sente la necessità di dichiararlo, di verbalizzarne l’esistenza. Se si pensa anche solo al nostro nome, non c’è un punto preciso della nostra vita in cui possiamo ricordare di aver preso coscienza del nostro nome. Il nome è uno dei doni più grandi che riceviamo. Le cose più belle della nostra vita sono dette dagli altri: il nome, “ti voglio bene”, ecc… Le prime tre parole che i bambini pronunciano sono: mamma, papà, pappa. L’affetto è PAPPA, è bisogno.

Cartoline dall’infanzia: alfabeto primordiale

Ci sono episodi della nostra infanzia che affiorano nitidi e puliti nei nostri ricordi. Sono episodi che in qualche modo sono rimasti impressi molto più che tanti altri. La memoria della nostra storia crea dei solchi e crea plasticamente un’identità. Reagiamo al presente in funzione della nostra storia, quindi capire la nostra storia è capire chi siamo.

Testo consigliato: “Spingendo la notte più in là” Mario Calabresi

Non c’è dieta senza cioccolatino: amore-dono vs amore-bisogno

L’amicizia deve avere la caratteristica della reciprocità. L’amicizia è la prima relazione in cui si sperimenta un amore dono oltre che un amore dono. A volte l’amore dono può però anche essere un bisogno, il bisogno di dare. Il gesto nell’amore dono non è gratuito, ha un costo. Come don Mario ci ha donato il cioccolatino e noi ricordiamo più facilmente quel gesto piuttosto che le cose dette, nelle relazioni i discorsi si ricordano poco. I concetti e l’affetto passano in maniera più efficace attraverso i gesti. L’affetto non è una questione d’istinto. I gesti vanno progettati e vanno verificati. Per affetto istintivo si possono anche fare cose sbagliate che noi percepiamo come giuste.

Un po’ nido, un po’ prigione

Marco 3, 31-35
[31]Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. [32]Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: “Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano”. [33]Ma egli rispose loro: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. [34]Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! [35]Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre”.

Matteo 8,18-22
[18] Gesù, vedendo una gran folla intorno a sé, comandò che si passasse all’altra riva.[19] Allora uno scriba, avvicinatosi, gli disse: «Maestro, io ti seguirò dovunque tu andrai». [20] Gesù gli disse: «Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo hanno dei nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». [21] Un altro dei discepoli gli disse: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». [22] Ma Gesù gli disse: «Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti».

Bisogna seguire la propria strada anche senza la comprensione del proprio clan. Anche Gesù si è scontrato con l’incomprensione della propria famiglia, la conflittualità è inserita nella sua vicenda senza notazione negativa. “…è fuori di se…” dicono così di Gesù quando inizia la sua predicazione nel tempio. Spesso non si viene capiti quando si sceglie la propria strada. La conflittualità non è una cosa sbagliata a prescindere, e non è necessariamente in contraddizione con l’affetto e la stima delle persone con cui si è in conflitto. A tal proposito bisogna stare molto attenti ai sensi di colpa in questo senso, si rischia di permanere in uno stato di asfissia anche se coperta dalle migliori intenzioni di affetto. Il compito di un genitore allora qual è? Oltre ad amare, educare e seguire il proprio figlio un genitore dovrebbe renderlo indipendente. Alla fine del suo operato un genitore dovrebbe dire “Tu non hai più bisogno di me”. La maturità del rapporto GENITORE – FIGLIO non è più quella del GENITORE BAMBINO. Nel idea di figlio c’è il valore aggiunto dell’AUTONOMIA. Si offre la vita all’altro in un contesto di libertà e non si dovere, in questo modo si può realizzare un rapporto di desatellizzazione. I genitori sono arcieri e le loro frecce sono i figli. Loro hanno il compito di impostare la direzione ma la traiettoria poi rimane una scelta del figlio.

Uccidere il padre e perdonare la madre: gratitudine e adultità

Quando si arriva a perdonare i propri genitori si diventa adulti. Bisogna riconciliarsi con la propria storia. Essere contenti e capaci di benedire questa storia. Senza rancore , senza rassegnazione, ma con gratitudine. Il rancore ci fa regredire a bambini da consolare.

FARSI DOMANDE

Ti senti voluto bene? Sai voler bene?
C’è qualche affetto che ti imprigiona?
Perché l’affetto non sia un sentimento vago e imprecisato, dai un nome e una consistenza alle esperienze di affetto ricevute e date.
Il cucciolo prova curiosità per il mondo, il prigioniero spera di fuggire. C’è in te il desiderio dell’età adulta?
Cosa stai facendo per diventare uomo/donna?
Tra comandamento e libertà: come onori il padre e la madre?
Come invece sei capace di prenderne le distanze?
C’è qualcosa che devi dire o fare per lasciarti conoscere meglio dai tuoi familiari?
Ci sono parole e/o gesti di gratitudine da esprimere più chiaramente?
Che cosa devi perdonare ai tuoi genitori? In cosa devi chiedere loro perdono?

dal Vangelo secondo Luca (Lc 20, 27-38)

Dio non è Dio dei morti ma dei vivi.

Gli si avvicinarono poi alcuni sadducei, i quali negano che vi sia la risurrezione, e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se a qualcuno muore un fratello che ha moglie, ma senza figli, suo fratello si prenda la vedova e dia una discendenza al proprio fratello. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette; e morirono tutti senza lasciare figli. Da ultimo anche la donna morì. Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». Gesù rispose: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui».

Il vero problema non è dunque quello di porsi domande oziose sul “come” della risurrezione e della vita futura nel Regno. Occorre piuttosto chiedersi: per chi e per che cosa vivo qui e ora? Ovvero: sono capace di amare e accetto di essere amato? A queste domande ha saputo rispondere Gesù, lui che ha creduto a tal punto all’amore di Dio su di sé da amare Dio e gli uomini fino all’estremo. E’ in questo esercizio quotidiano che egli è giunto a credere e annunciare la risurrezione; anzi, potremmo dire che è stato il suo amore più forte della morte che si è manifestato vincitore attraverso la risurrezione. Sì, credere la risurrezione è una questione di amore, è “credere all’amore”, l’amore vissuto da Gesù, l’amore che porterà tutti noi a risorgere con lui per la vita eterna.

Enzo Bianchi